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Cosa vedere ad Harar, la città araba d’Etiopia

Di Camilla
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 – Cosa vedere ad Harar –

Harar, la quarta città santa dell’Islam, un angolo di mondo arabo in un paese prevalentemente ortodosso come l’Etiopia: un luogo dal grande fascino, che sembra però nettamente separato rispetto a ciò che lo circonda.

Abbiamo visitato Harar quando ormai vivevamo in Etiopia da oltre sei mesi. Avevamo già fatto tappa in molti luoghi di quel paese tanto vario quanto affascinante. Harar non assomigliava a nulla di ciò che avevamo visto: non c’entrava niente con il villaggio in cui abitavamo, con le chiese scavate nella roccia a Lalibela o i siti archeologici di Axum; ma neanche con le tribù dell’Omo Valley, né con la savana e le capanne della zona di Arba Minch. È stata un’altra suggestiva scoperta in Etiopia: una terra spesso ignorata ma che custodisce straordinarie bellezze.

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Tra le viuzze di Harar

Harar, città santa dell’Islam

Harar è l’angolo arabo dell’Etiopia. Pare ci siano 82 moschee, tra pubbliche e private, e una lunga serie di luoghi sacri. U tempo era la città proibita: per anni ai non mussulmani è stato vietato l’accesso. Il primo europeo ad entrare fu un inglese nel 1854, Richard Burton, che si era travestito da mercante arabo.

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Una delle sei porte di Harar

Oggi non è più così, rappresenta un bell’esempio di convivenza tra mussulmani e cattolici. A scegliere Harar come sua città fu anche il poeta Arthur Rimbaud, che giovanissimo vi si trasferì per commerciare in seta e caffè.

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Una delle moschee di Harar

Come arrivare ad Harar

Siamo arrivati ad Harar con un lungo viaggio in bus durato nove ore. In Etiopia abbiamo cercato di viaggiare il più possibile come la gente del posto: ciò vuol dire svegliarsi all’alba, andare alla stazione dei bus e attendere finché il mezzo non si riempie. Poi si parte e prima o poi si arriva, dopo alcune soste in villaggi microscopici per mangiare e, quando per chilometri non c’è altro, in mezzo al nulla per i bisogni fisiologici. Harar però si può raggiungere anche più facilmente con un volo da Addis Abeba a Dire Dawa e, da quest’ultima, in bus con un tragitto più breve.

Cosa vedere ad Harar

Harar è un caos di stradine strette racchiuse dentro oltre tre chilometri di mura alte cinque metri, risalenti al sedicesimo secolo. Ci sono sei accessi, le famose porte, che rappresentano uno dei tratti distintivi della città. Si può girare per ore tra le sue vie, molto diverse da quelle delle altre città etiopi. A colpire sono il bianco e verde-menta degli edifici che si alternano alle abitazioni in legno dalle vetrate colorate, ma anche il disordine tipico delle città etiopi, in cui è facile imbattersi in pezzi di vecchi veicoli lasciati in mezzo come se fossero ormai parte del paesaggio.

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Lungo le strade di Harar

I mercati di Harar

Molte delle stradine e delle piazze sono brulicanti di venditori dei beni più vari, dal cibo alle ciabatte in plastica (usate dalla maggior parte degli abitanti). Ed in effetti Harar è famosa anche per i mercati, a partire da quello del caffè, che è una delle maggiori produzioni del paese. Non si può visitare Harar senza immergersi nella confusione creata dai tanti venditori. La nostra prima tappa è stata al mercato del riciclo: un posto assurdo, un’accozzaglia di materiali – in gran parte di scarto – che con una creatività decisamente acuta venivano riassemblati per creare oggetti i cui usi non sono facili da decifrare.

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Il mercato del riciclo

Poi c’è il mercato arabo: difficilissimo districarsi tra i tanti stand dai mille colori e dalle tante spezie. Quello cristiano è più tranquillo, ma anche questo coloratissimo. Le tinte accese degli abiti sono un’altra forte caratteristica di quest’angolo d’Etiopia. Poi c’è il mercato della carne, con carcasse intere appese o adagiate a terra e uccelli che ci girano intorno. È uno dei luoghi simbolo di Harar, ma la vista di tutti quei resti di animali può urtare la sensibilità di molti.

I luoghi sacri di Harar

La moschea Jamia spicca all’interno delle mura di Harar: è l’unica abbastanza grande da ospitare uomini e donne, ma i non mussulmani sono esclusi. Tra i luoghi sacri di Harar ci sono la tomba dello sceicco Said Ali Hamdogn e quella dello sceicco Abadir, a cui si deve l’introduzione dell’Islam nella città: qui la gente chiede aiuto per le difficoltà quotidiane. Non sempre è consentito l’accesso ai non mussulmani. Estremamente particolare è la tomba dell’emiro Nur, la cui forma ricorda un cactus con delle punte. In una lista di cosa vedere ad Harar è sicuramente una delle prime tappe. Qui, rispetto al resto della città, regna una quiete impressionante, almeno nei momenti in cui non ci sono funzioni.

Cosa vedere ad Harar: le case tipiche

A distinguere Harar da molte altre città etiopi, come accennato sopra, ci sono le abitazioni, dai tratti decisamente arabeggianti e dai colori accesi. Una visita è d’obbligo, pagando pochi birr (la moneta locale) si può accedere a molte di esse: di norma dalle mura esterne, attraverso una piccola porticina, si accede a dei cortili condivisi da più famiglie. Da lì poi si entra nelle vere e proprio case.

Tra gli edifici in legno, uno di quelli meglio conservati è quella che pare fu la casa di Arthur Rimbaud, oggi divenuta un museo: è assolutamente una delle cose da vedere ad Harar. Le immagini e alcuni degli oggetti conservati sono molto interessanti, come pure la bella vista dal secondo piano. Altra tappa è la casa di Ras Tafari, costruita da un commerciante indiano dove si dice soggiornò Haile Selassie, figura storica dell’Etiopia da cui è nato il rastafarianesimo. Oggi anche questo è un museo.

La tradizione delle iene

Harar però non è solo la città delle moschee, dei mercati e delle tombe di emiri e sceicchi. Harar è anche la città delle iene: la tradizione vuole che gli abitanti diano da mangiare a questi animali per evitare che uccidano i loro capi d’allevamento. Oggi si può assistere ad uno di questi momenti: la sera, in un grande spiazzo vuoto e illuminato solo dai fari di qualche auto. La gente si raduna in cerchio e al centro c’è un uomo con un cesto pieno di pezzi di carne. Le iene dopo un po’ si avvicinano e lui, come se fossero cagnolini, dà loro da mangiare. La tradizione è diventata anche un’accattivante attrazione turistica: accompagnati dall’uomo al centro, chi vuole può provare direttamente l’esperienza.

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Una delle iene di Harar

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