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La celebrazione del Meskel, una delle tradizioni più sentite d’Etiopia

Di Camilla
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– La celebrazione del Meskel, Etiopia –

La piazza di Debre Markos era completamente invasa di persone, una folla infinita che lentamente cresceva e si compattava intorno ad una piramide di legna avvolta nella bandiera etiope con sopra una croce: tutto era pronto per le celebrazioni del Meskel, una delle più importanti feste per gli Ortodossi in Etiopia.

Tra il 26 e il 27 settembre nel paese si celebra il ritrovamento della croce di Gesù. Croce in Amarico (la lingua nazionale) si dice appunto Meskel. Secondo la tradizione un pezzettino è proprio custodito in queste terre, in un santuario a Geshen, nel nord dello stato.

La ricorrenza si festeggia in tutto il paese, anche perché la maggior parte della popolazione è Cattolica Ortodossa. La cerimonia più grande, quella che attira più persone compresi turisti, si svolge ad Addis Abeba. Noi però abbiamo celebrato Meskel insieme alla gente del villaggio in cui vivevamo, Debre Markos, a 400 chilometri della capitale.

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Danze per il Meskel

Prendere parte a celebrazioni e ricorrenze, come questa o come il Timkat di cui ho parlato qui, è stata una delle tante esperienze che hanno arricchito i nostri mesi in Etiopia. Ci hanno permesso di vivere da vicino affascinanti tradizioni di questo paese e di scoprire il fervore, la profonda fede e il grande senso di spiritualità della sua popolazione.

Della festa del Meskel, tra l’altro, abbiamo un ricordo particolare legato ad un episodio curioso e tenero che racconterò fra poco. Prima però un po’ di informazioni utili per capire di cosa si tratta.

La festa del Meskel

La storia racconta che l’imperatrice Elena, madre dell’imperatore Costantino, ormai anziana si recò in Palestina e si mise alla ricerca della croce su cui era stato crocifisso Gesù, seguendo le indicazioni che aveva ricevuto in sogno. Fece accendere un grande fuoco e seguì la direzione del fumo: fu così che trovò il posto dove la croce era stata nascosta. Il legno fu poi diviso tra diversi paesi e un pezzo giunse anche in Etiopia. Su come arrivò lì si raccontato varie storie, tra le più accreditate c’è quella secondo cui fu un dono del patriarca di Alessandria poiché l’Etiopia aveva difeso gli Ortodossi egizi durante le persecuzioni da parte delle autorità del loro paese.

La celerazione del Meskel 

La celebrazione del Meskel comincia di solito già dalla notte, ma il momento centrale è quando la popolazione si raccoglie nella piazza principale del villaggio intorno alla damera, il grande falò. Vengono poste tutte fascine di legna adornate da margherite gialle, chiamate anch’esse Meskel. Ognuno può contribuire portando rami, anche se poi a posarli sulla piramide sono solo gli uomini. Preti e diaconi guidano la folla nei loro abiti da cerimonia dai colori sgargianti: le figure religiose più importanti sono rigorosamente coperte dagli ombrellini decorati con fili color oro. Sono parte dell’abito da cerimonia e non mancano mai nelle maggiori funzioni.

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Le figure religiose

La festa a Debre Markos

La cerimonia all’inizio era molto lenta, la gente arrivava camminando senza fretta e si fermava ad attendere. In poco tempo la piazza di Debre Markos però era completamente gremita: in otto mesi non l’avremmo mai vista così piena. Molti indossavano gli abiti tradizionali bianchi o erano avvolti negli scemma bianchi (gli scialli tipici), qualcuno aveva addosso anche i colori della bandiera etiope.

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Momenti della cerimonia

Sulle scalinate che conducono al grande arco che domina la piazza, l’unico monumento in tutto il villaggio, probabilmente lascito dell’occupazione italiana, si stavano posizionando le figure religiose, che avrebbero guidato la cerimonia e fatto discorsi ufficiali insieme alle autorità. Piano piano la festa si è animata e quasi all’improvviso si sono alzate al cielo delle grida, un misto tra urla e vocalizzi acuti: servono ad incitare la folla, non mancano mai in queste occasioni. Così hanno preso il via anche le danze al suono dei grandi tamburi, che accompagnano qualsiasi funzione religiosa in Etiopia. Al centro della folla, intorno al croce, si era creato un varco e le persone – soprattutto giovani e diaconi – danzavano in circolo seguendo i suonatori che dettavano il passo e il ritmo.

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Il falò

La festa si anima

Solo al calar del sole è stato acceso il fuoco: è stato il momento più sentito, quasi catartico. Tutti osservavano le fiamme che si alzavano, ognuno avrebbe voluto avvicinarsi per raccogliere la cenere da tirarsi sul capo, poiché è di buono auspicio. Hanno invitato anche noi a prenderla: quel giorno in tutta la piazza probabilmente c’eravamo solo noi come stranieri. Io, Ugo e due cooperanti inglesi che vivevano anche loro nel villaggio. Non potevamo non attirare l’attenzione. La classica accoglienza riservata agli stranieri in men che non si dica ci ha fatto ritrovare tra le prime posizioni: sembrava che tutti avessero a cuore che quei quattro forestieri vedessero il momento centrale della festa da vicino.

La caduta della croce

Quando il fuoco aveva quasi consumato tutta la legna, la croce al centro ha iniziato ad oscillare. La folla è andata quasi in delirio: tutti avrebbero voluto afferrarla. Le forze dell’ordine si sono mosse subito per evitare che, nel tentativo di accaparrarsela, scoppiassero tensioni. Un agente si è catapultato sul falò, ha afferrato la croce mentre cadeva con una prontezza tale che sembrava si fosse esercitato per giorni. Poi è scappato via di corsa.

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La festa

La festa è proseguita con canti e balli. La direzione in cui cade la croce e quella del fumo hanno, per i fedeli, un’importanza speciale: come la cenere sono segni che indicano l’andamento e la prosperità dei mesi futuri. La festa di Meskel, tra l’altro, coincide di solito con la fine della stagione delle piogge, ed è quindi un altro momento di passaggio per una popolazione fortemente segnata dall’andamento di pioggia e siccità. Inutile dire che, data la nostra fortuna, quell’anno la stagione delle piogge durò più del previsto e noi rimanemmo coperti di fango ancora per diverse settimane (perché le strade al villaggio erano sentieri di terra, eccetto una).

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Musica e danze

La festa non si ferma

Quando il fuoco si è quasi estinto la piazza ha iniziato a vuotarsi, ma la celebrazione del Meskel è continuata nelle case e nei locali: molti infatti già dal giorno prima avevano allestito dei falò davanti alle porte e lì si è continuato a ballare e cantare, mangiando i piatti della tradizione accompagnati delle bevande fatte in casa.

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Falò in strada

Un episodio che non dimenticheremo

I nostri mesi in Etiopia sono costellati di eventi, accadimenti, cerimonie e incontri difficili da dimenticare. La celebrazione del Meskel ha sicuramente un posto speciale nei ricordi perché è legata anche a un episodio particolarissimo. È però utile una premessa per comprenderlo al meglio: in Etiopia gli uomini non hanno quasi mai i capelli lunghi o la barba folta, salvo i religiosi (che possono avere la barba) e le persone comuni in alcuni momenti particolari della vita (ad esempio durante i periodi di lutto poiché per tradizione non si radono).

Il mio compagno all’epoca aveva lunghi capelli rossi e mossi, oltre alla una lunga barba anch’essa rossa. Questi tratti lo rendevano molto simile alla classica iconografia di Gesù e questo spesso attirava gli sguardi delle persone di qualsiasi età, ma soprattutto dei bambini, in particolare durante le cerimonie religiose. Anche quella volta non passò inosservato.

Durante la festa, un signore si avvicinò titubante a noi e con un inglese po’ stentato ci chiese se potevamo spiegare ai suoi due bimbi che Ugo non era Gesù, ma un semplice ragazzo straniero. Quei due bimbetti lo guardavano tra l’ammirazione, lo stupore e il terrore: per loro era veramente strano vedere un ragazzo con quei tratti.

A loro discolpa va aggiunto che Debre Markos, seppur non fosse piccola non era frequentata da molti stranieri. Qualcuno ci capitava di passaggio, ma si fermava al massimo un giorno e di norma non si muoveva molto dall’hotel principale. In pratica gli stranieri stabili si contavano sulle punte delle dita, per la maggior parte del tempo siamo stati noi due, due inglesi e una coppia di statunitensi. Ad un certo punto era arrivato un folto gruppo di indiani che però si vedeva poco in giro.

Non passavamo inosservati, ma molti vivevano in aperta campagna e magari non ci avevano mai incontrato. Così era stato per quei due ragazzini dall’aria intimorita.

Con l’aiuto del padre, e di qualche altro etiope che faceva da traduttore, abbiamo provato a convincerli del fatto che Ugo fosse solo Ugo. Non so se ci abbiano creduto fino in fondo, anche alla fine lo guardavano con un po’ di titubanza.
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Con le nostre amiche Patricia e Nica, Cooperanti

Spero che questo mio racconto sulla celebrazione del Meskel sia stata una buona occasione per scoprire qualcosa di più di un paese di cui spesso ignoriamo la ricca cultura, nonostante il passato del nostro paese sia in qualche modo legato ad esso e non per motivi di cui andare fieri.

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