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Lalibela e le sue 11 chiese scavate nella roccia

Di Camilla
Bet-Giorgis-Lalibela-Etiopia

Appena arrivi sembra un villaggio come tanti dell’area, nella parte nord dell’Etiopia, ma Lalibela custodisce un immenso e suggestivo tesoro, fatto di undici affascinanti chiese scavate nella roccia rossa e connesse tra loro da stretti cunicoli.

Secondo la tradizione, il re santo Gebre Mesqel Lalibela, da cui prende il nome il villaggio, decise di far costruire questo complesso dopo che Gerusalemme fu conquistata dai Musulmani, nel 1187. In questo modo i fedeli cristiani avrebbero avuto un’altra città sacra dove recarsi. Da qui deriva l’appellativo di Seconda Gerusalemme, con cui molti si riferiscono a questo luogo di mistero e sacralità. I rimandi alla città santa in effetti sono molti, a partire dal nome del locale fiume, il Giordano.

 

Questo suggestivo villaggio, ad oltre 2.500 metri di quota, è tutt’ora meta di pellegrinaggi: è uno dei centri più importanti per gli Etiopi cristiani ortodossi, dopo la città di Axum, ma è anche stato riconosciuto patrimonio dell’Unesco.

 

Quella alle chiese di Lalibela non è una semplice visita, ma una vera e profonda esperienza che permette di toccare con mano la grande spiritualità e devozione del popolo etiope. Oltre al lato mistico, però, c’è anche lo stupore e il fascino di trovarsi davanti ad un’opera architettonica pazzesca. Quando ci sono stata c’erano pochissimi turisti ed è stato un giro molto coinvolgente.

Le chiese, scavate in unici blocchi di roccia simile al tufo, non sono tutte uguali: alcune sono dei monoliti, altre sono totalmente incastonate dentro la roccia, da cui solo la facciata è stata intagliata ed emerge maestosa. Alcune presentano colonne, lavorazioni e bassorilievi, mentre altre sembrano solo abbozzate. Ci sono cappelle veramente piccole, di una sola angusta stanza, e chiese più grandi e accoglienti. Accanto a molte di esse sono state ricavate delle speciali vasche per l’acqua sacra.

La più famosa delle chiese di Lalibela, e sicuramente una delle più suggestive, è quella di San Giorgio (Bet Giorgis): una croce scavata nella roccia dall’alto in basso, quasi a voler raggiungere le più recondite profondità della terra.

Quando si entra nelle chiese di Lalibela si viene avvolti dall’oscurità: ad illuminare gli interni solo qualche candela portata a mano, che con la propria luce fioca svela, angolo dopo angolo, le lavorazioni alle pareti e ai soffitti, i dipinti, i tappeti, le croci e i tamburi.

Ho quasi sempre trovato un sacerdote ad accogliermi, avvolto nel tradizionale scemma bianco, che mi ha mostrato i libri sacri dipinti a mano, le bellissime e particolari croci etiopi e i dettagli di ogni cappella. In ognuna c’è lo spazio dedicato al tabot, la copia dell’Arca dell’alleanza, che secondo la tradizione è custodita in Etiopia, ma che è impossibile vedere. È la scatola, sormontata da angeli, in cui si narra furono poste le tavole dei dieci comandamenti.

 

Nel percorso alla scoperta del complesso religioso di Lalibela si attraversano passaggi scavati nella roccia, stretti cunicoli dove sembra si passi appena. È un intreccio di sconnessi camminamenti, in cui la mano dell’uomo e la natura sono giunti a uno strano compromesso. Lungo questi cunicoli si trovano anche le stanze dei monaci, scavate nella roccia e chiuse con pezzi di lamiera e teli.

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Girando nell’area si ha la sensazione di essere veramente in un luogo speciale: una meraviglia architettonica, ancora più impressionante se si pensa che probabilmente è stata creata in buona parte con piccoli scalpellini. È ovviamente uno dei migliori esempi di chiesi rupestri di cui è piena la regione del Tigray.

Le informazioni sulla realizzazione delle chiese di Lalibela sono piuttosto confuse: le strutture dovrebbero risalire a circa 900 anni fa, ma le date sono sconosciute. È difficile trovare le parole giuste per descrivere quell’atmosfera mistica unita al mistero che si respira. A rendere il luogo ancora più affascinante ci sono le storie che lo riguardano, come quella sull’Etiopia che custodisce l’Arca dell’Alleanza, o la leggenda secondo cui Lalibela fu costruita in una notte dagli angeli.

 

Per completare la visita al villaggio si può fare un’escursione in una delle vicine montagne, a piedi o in groppa ad un mulo, per vedere un’altra delle chiese rupestri. Tanto per l’escursione, quanto per la visita, è preferibile affidarsi ad una guida locale, che potrà fornire utili indicazioni.

 

Montagne-alle-porte-di-Lalibela-Etiopia

Le mistiche montagne alle porte di Lalibela

 

 

INFORMAZIONI PRATICHE

Il villaggio è veramente piccolo, oltre al complesso delle 11 chiese e all’escursione non offre altro. La zona si può raggiungere in aereo direttamente da Bahir Dar o Axum, per l’ultimo tratto ci sono i minibus.
Sconsiglio di fare tutto il tragitto dalle città maggiori in autobus, la strada è tortuosa, lunga e mai in buone condizioni.
Il biglietto per le 11 chiese era di 700 birr (25 euro), ma non è indicativo, perché i prezzi per i turisti in Etiopia non sono mai fissi.

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3 Commenti

Cosa vedere ad Harar, città araba d'Etiopia - I viaggi di Camilla 24 Marzo 2019 - 8:22

[…] a nulla di ciò che avevamo visto: non c’entrava niente con il villaggio in cui abitavamo, con le chiese scavate nella roccia a Lalibela o i siti archeologici di Axum; ma neanche con le tribù dell’Omo Valley, né con la savana e le […]

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Axum: la città etiopie in cui è custodita l'Arca dell'alleanza - E allora parto 7 Dicembre 2018 - 8:25

[…] stranieri: nelle due volte che ci sono stata ho incontrato non più di cinquanta turisti. Insieme a Lalibela (a cui ho dedicato un articolo), è sicuramente una delle tappe da non perdere in Etiopia se si vuole scoprire un po’ delle […]

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Viaggio negli Stati Uniti: New York, Boston, Washington e Philadelphia 25 Marzo 2018 - 17:45

[…] Siamo atterrati e ripartiti da Boston perché lì abita una coppia di amici, con cui avevamo condiviso parte dell’esperienza in Etiopia (se vuoi leggere qualcosa sui miei viaggi in Etiopia lo trovi qui, qui e qui). […]

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