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Conoscere il mondo lavorando nella Cooperazione, intervista ad Anna Rubert

Di Camilla
Intervista a Nanna Rubert-Conoscere il mondo lavorando nella cooperazione
  • – Conoscere il mondo lavorando nella Cooperazione –

Anna Rubert negli ultimi anni ha vissuto in tanti paesi diversi, in alcuni casi attraversati da terribili conflitti: ha scoperto luoghi affascinanti lavorando nella Cooperazione come ingegnere idraulico e ambientale. In una bellissima chiacchierata abbiamo ripercorso le sue tappe tra Etiopia, Sud Africa, Botswana, Lesotho, Namibia, Siria, Iraq e Nord Korea.

È lei la protagonista del secondo appuntamento con “Le interviste di E allora parto!”. Per leggere quella a Laura Silvia Battaglia clicca qui.

Io e Anna ci siamo conosciute in Etiopia, io ero volontaria per la stessa ONG per cui lavorava lei, la Comunità volontari per il mondo di Porto San Giorgio. Inizialmente era Responsabile dei progetti acqua, poi è diventata Responsabile Paese. Anna è stata una di quelle persone che ha profondamente segnato la nostra esperienza in Etiopia, non solo per l’indiscutibile competenza, ma per la sua grande umanità, la capacità di mettersi nei panni degli altri, così come la disponibilità e l’abilità ad affrontare situazioni complicate restando obiettiva, sempre con il sorriso e mantenendo la calma.

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In Etiopia – foto con lo staff di Debre Markos

Qui trovi l’audio originale, di seguito il mio racconto della nostra conversazione.

 

Conoscere il mondo lavorando nella Cooperazione

Quando la raggiungo in Skype scall mi spiega che è a Londra: “In questo momento sono in pausa, mi sono presa un anno per ricaricarmi un po’ e sto facendo un master. Negli ultimi cinque anni ho lavorato con il Comitato internazionale della Croce Rossa e sono stata in Siria, Iraq, Nord Korea e di nuovo Siria. Prima ancora ero con la Cooperazione tedesca in un progetto che riguardava la regione Sudafricana“.

Di cose da raccontare ne ha tante, anche se è un po’ schiva. Abbiamo parlato di temi molto interessanti e le risposte potrebbero sorprenderti.

Prepararsi a partire

Una delle cose che mi incuriosisce quando parlo con persone come lei che girano il mondo lavorando nella Cooperazione è capire come ci si prepari ad andare in paesi tanto diversi e in aree critiche.

Spesso purtroppo prima di andare non si ha molto tempo per prepararsi  – mi spiega – perché si passa da un lavoro all’altro. Nel mio caso, aver scelto un’organizzazione con una lunga attività come la Croce Rossa, mi ha dato la certezza di lavorare con uno staff che ha una certa esperienza nel territorio e personale locale in grado di gestire le situazioni”. Precisa che esiste una procedura prima di partire che prevede briefing e documenti da leggere sul contesto, sul ruolo da svolgere e sullo staff. “Poi quando si arriva sul campo c’è un periodo di introduzione e un passaggio di consegne con chi ti ha preceduto: tutto un lavoro con lo staff presente per aiutarti ad entrare nel contesto e darti gli ultimi aggiornamenti dal campo”.

L’importanza del tempo per inserirsi

Ma è il tempo ad essere fondamentale, perché non basta qualche settimana per inserirsi. Servono mesi. “Prima di tutto entri a contatto con un nuovo team,  c’è tutta la storia del contesto dove lavori, cosa è stato fatto, gli obiettivi da raggiungere: per me ci vogliono sei mesi per sentirmi un po’ più a mio agio sui lavori”. È chiaro che alcune missioni durano poco e allora ci sono dei meccanismi più veloci. In altri casi, invece, ci vuole anche un anno.

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Siria

Anna è stata in luoghi, salvo l’Etiopia, in cui io non sono mai andata e in alcuni sarà difficile poter andare. Per questo ci tenevo molto che mi raccontasse qualcosa di quei posti, soprattutto di cosa avessero voluto dire per lei visto il suo lavoro nella Cooperazione. La risposta che forse non mi aspettavo è arrivata immediata.

Conoscere il mondo lavorando nella Cooperazione: il legame con la Siria

Il paese che mi è rimasto più nel cuore è la Siria. Tutti i posti mi hanno colpita tantissimo, è difficile scegliere. La Siria è stato però anche il primo paese in conflitto dove ho lavorato. Ho iniziato lì a settembre 2014, il conflitto era ancora attivo e per me è stato un po’ uno shock. Quello che ho sentito in Siria è l’identificarmi con i Siriani, perché sono molto vicini a noi. Incontrare i miei colleghi che avevano figli all’università, avevano lavorato all’estero, avevano una progettualità come noi in Europa… poi inizia il conflitto e tutto questo viene stravolto”. Quando “si entra in contatto con chi è un rifugiato interno e ha dovuto lasciare tutto è tremendo.

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La fase di ricostruzione in Siria

La povertà che abbiamo visto in Etiopia è peggiore, ma la disperazione che i rifugiati siriani hanno è una cosa incredibile. Perché sono passati da avere una vita con aspettative a non avere niente. Quello che si dice in Africa è che la gente, nonostante non abbia nulla, riesce ad andare avanti. Questo succede anche nel conflitto, ma il carico emotivo è tremendo”.

In Siria Anna lavorava con un team di ingegneri locali: da un lato si occupavano di mantenere in funzione gli acquedotti, fondamentali anche per evitare epidemie di colera; dall’altro lavoravano per la gestione dei rifugiati, che in alcune zone erano ospitati in scuole, dovendo garantire la distribuzione dell’acqua e di tutto quanto fosse necessario.
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Stazione di pompaggio

Nonostante lo shock provato, con la Siria Anna ha un rapporto speciale e il discorso torna spesso lì. Ad esempio quando ci racconta come, nonostante la disperazione, lei abbia trovato in loro anche una forza particolare: “I Siriani ti fanno sempre la battuta e scherzano, anche dentro aree assediate. Sono entrata in una zona in cui facevano l’orto sulle aiuole di fianco alle strade perché non c’era nulla. Il cibo non arrivava e a noi era permesso di entrare molto poco, a volte per mesi non riuscivamo ad accedere, quindi avevano trasformato qualsiasi cosa. Però riuscivano a scherzare comunque, anche quando si lamentavano poi la battuta arrivava”.

E aggiunge Sono un popolo pieno di cultura che ci assomiglia molto secondo me, un popolo di una ricchezza incredibile: abbiamo Cristiani, Sciiti, Sunniti che vivono insieme e hanno sempre vissuto insieme. Poi io ho lavorato con molta gente giovane che aveva voglia di fare”.

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Siria-Homs

Ci racconta un fatto significativo: “Abbiamo aperto un ufficio e ho assunto persone che pensavano che fosse finita: prima magari lavoravano a Dubai e allo scoppio della crisi erano rientrati dalle famiglie e ora nessuno li voleva”. Una volta assunti “capiscono che possono fare qualcosa e li vedi rinascere. Proprio il momento in cui uno pensa di poter fare qualcosa, per me, è un momento di soddisfazione, perché loro sono gli unici artefici. Se riesci a dare l’opportunità in questa direzione sei ripagato di tutto”.

Il periodo in Iraq

Per Anna “ogni Paese ha il suo bagaglio”, per questo trova difficile avere un’opinione veramente negativa di un posto”, ma c’è un luogo invece in cui ha fatto decisamente fatica: l’Iraq.

L’Iraq è uno stato in cui la guerra è attiva praticamente da 40 anni e la gente ha perso ogni speranza che le cose migliorino. Si vive alla giornata, ma non alla giornata perché, come in Africa, non sai come arrivare alla sera, ma perché nessuno immagina di poter risolvere le questioni”. Mi spiega che la popolazione è convinta che i problemi politici rimaranno per sempre e che ci sia solo un’alternarsi di tensioni e violenza più o meno forte.

“Anche se il lavoro della Croce rossa è cercare di mantenere il sistema operativo fin quando le cose non migliorano (quindi un intervento umanitario, diverso da uno di sviluppo in cui si cerca di guardare ai 20 anni), è stato molto difficile lavorare con uno staff locale che è il primo a non credere che le cose possano cambiare. Anche se tentano, questa frustrazione è ovunque. Probabilmente è dovuta anche all’abitudine a vedere la violenza: è qualcosa che corrode, mina le basi, la possibilità di riprendersi. La gente non si fida degli altri”. Quella stessa speranza che aveva trovato nei colleghi Siriani sembrava svanita in Iraq.

L’umanità è uguale dappertutto

Lavorando nella Cooperazione si può conoscere il mondo in modo privilegiato, andando oltre i luoghi comuni: “è un po’ così con tutti i paesi, per chi li vede da lontano e non ha la fortuna di poterci vivere ci sono elementi che vengono messi in secondo piano e ci si immagina di essere così diversi, in realtà secondo me l’umanità è uguale dappertutto. Quando uno passa un po’ più di tempo ritrova queste cose. Le capita spesso che, proprio per la sua esperienza, la gente le riconosca il fatto di avere chiare tante dinamiche, ma Anna ci tiene a precisare che spesso il non sapere come stanno le cose dipende dal non prendersi veramente la briga di leggere, mentre si preferisce accusare gli altri di averci inculcato idee sbagliate.

Conoscere il il mondo lavorando nella Cooperazione: la Nord Korea

Il nostro giro tra i paesi in cui ha vissuto ha fatto tappa anche in Nord Korea, uno Stato che di sé rivela molto poco e l’esperienza di Anna lo dimostra: “Penso che nessuno sappia cosa c’è dentro, anche quando ci passi un po’ di tempo fai fatica a capire. Tendono a proteggersi dal mondo esterno e non ti permettono di conoscerli, alzano un muro. Quando si lavora in Nord Korea si hanno sempre due persone associate: un tecnico della tua stessa competenza che però non parla Inglese e qualcuno che deve fare da traduttore. Non si può rimanere uno ad uno”.

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Nord Korea

Per via di tale chiusura è difficile capire veramente cosa non funzioni. L’espatriato porta la sua esperienza e competenza, ma è lo staff locale che conosce la situazione, se non la condivide per il Cooperante diventa difficile dare un contributo. “Hanno un’ideologia molto forte che prevede l’autosufficienza, quindi è un po’ uno smacco dover ammettere che ci sono delle falle”.

Il periodo in Sud Africa

Non potevamo non parlare della regione Sudafricana. Anna si apre in un gran sorriso e, dopo aver sottolineato quanto sia bella l’area, mi spiega come è arrivata lì: “Avevo lavorato in una ONG piccolina (in riferimento all’Etiopia) e per quanto potessimo fare la differenza per qualcuno è molto difficile purtroppo fare la differenza per un Paese”, specie se c’è qualcuno che non supporta quel cambiamento. “L’idea era quindi passare ad una cooperazione nazionale e lavorare a livello di strategia, di politica di gestione, nella gerarchia più alta, in modo da avere il supporto istituzionale che mantiene a lungo termine il lavoro che fai”. Per questo ha iniziato a lavorare con la Cooperazione tedesca: si è occupata del piano di gestione di un fiume che è condiviso soprattutto tra Lesotho e Sudafrica ma anche Namibia e Botswana.

Noi e loro, gli effetti della colonizzazioni

Sottolinea l’importanza delle relazioni di potere, perché Lesotho è un piccolo paese montagnoso di 2 milioni di abitanti, povero ma pieno di acqua (c’è la sorgente del suddetto fiume), mentre il  Sudafrica è una nazione industrializzata. La sua esperienza in questa parte di mondo l’ha portata per la prima volta veramente a contatto con gli effetti della colonizzazione: “Le etichette, la nazionalità, il colore della pelle vengono sempre valutati prima. Non sempre sono fonte di vero razzismo, ma il fatto che tutto immediatamente assuma delle etichette è una cosa difficile, perché mette una distanza e, quando diventa una buona scusa per “dire noi e loro”, è finita. Ogni tensione in ufficio o qualsiasi cosa può diventare “i bianchi e le persone di colore”, ciò rende il lavoro difficile.  È facile trasformare ogni conflitto in “i bianchi vogliono fare questo e la gente di colore vuole quello”.

Ovviamente – precisa – vanno fatte le dovute differenze, perché questo riguarda soprattutto le generazioni più anziane, mentre tra i giovani c’è un nuovo fermento, molta energia e la voglia di andare oltre le divisioni. La strada da fare è però ancora lunga. Poi prosegue “Sono paesi bellissimi, dove si può viaggiare benissimo. Io ho adorato Johannesburg. Vivevo nella capitale del Botswana che è un paesotto, così ogni tanto facevo 400 chilometri per andare a Johannesburg, che è molto attiva”.  Resta il problema delle sacche di povertà ancora tanto presenti e quindi di una disparità economica che divide molto.

Consigli per lavorare nella Cooperazione

Ho voluto chiedere anche un consiglio per chi volesse fare un percorso simile al suo. È stata molto chiara sottolineando che bisogna avere una professionalità specifica e un po’ di esperienza nel proprio campo prima di partire, perché ora le ONG piccole sono in crisi e le grandi la richiedono. Salvo che una persona non sia multilinguista e quindi possa essere occupato in diversi ambiti. È sempre più difficile poter partire subito dopo la laurea com’è successo a lei. “Io ho avuto la fortuna di lavorare con una ONG che, anche se non era grande, aveva comunque una certa esperienza, staff locale e un set up che non era quello di una ONG piccolissima”.

Poi si deve aver chiaro che “si sceglie una vita lontano da casa, con il bagaglio sempre pronto, ogni volta che parti per un nuovo paese devi ripartire da zero, conoscere un nuovo posto, un nuovo team. Una cosa bella ma che richiede molte energie.

Si va in giro ogni 2 o 3 anni, a volte uno. Però è un lavoro che ti dà la possibilità di conoscere tante cose”. Le difficoltà non sono poche, ma conoscere il mondo lavorando nella Cooperazione, sottolinea, ti dà l’enorme ricchezza di poterti confrontare con tante persone e esperienze diverse dalle tue.

Girare il mondo lavorando nella Cooperazione e poi tornare a casa

Diventa normale ascoltandola chiederle come si faccia, dopo certe esperienze, a tornare alla normalità.

“È un po’ un tasto dolente. Sei tu che ti devi prendere cura di te in primis, devi renderti conto quando inizi a sbarellare o essere apatico. Io dopo la Siria ho fatto sei mesi e i primi due andavo avanti come uno zombie, qualsiasi stimolo era come attutito, ero a rallentatore e non me ne rendevo conto.

Probabilmente era il meccanismo che avevo creato per gestire i rischi: abbiamo avuto delle situazioni in cui è andato tutto bene ma abbiamo rischiato. La calma è un meccanismo che ho: non di sottovalutare, ma di ridurre la reazione emotiva. Però quando si rientra non si può continuare a gestire le cose con questa modalità.

Non conosco realtà che abbiano percorsi di decompressione, se non quando arrivi all’esaurimento nervoso, quando però diventa più lungo e doloroso. Questi lavori sono pagati un po’ meglio perché ogni tanto si deve aver la possibilità di stare senza lavorare, devi avere dei cuscinetti”. Così si sofferma sui rischi corsi da coloro che fanno missioni su missioni finendo per esplodere, spesso mettendosi addosso protezioni di cui non si rendono neanche conto.

Syria-cooperazione

Siria

Rimettere le cose nella giusta prospettiva

Precisa poi una cosa molto interessante: “Come staff internazionale non siamo esposti direttamente alla violenza, difficilmente siamo sula linea del fronte. Certo ci sono situazioni a rischio, magari sei sotto la pioggia di mortai o su un convoglio cercando di entrare nelle zone assediate e qualcuno non è d’accordo, anche se il convoglio è stato concordato con le autorità locali. Però le persone più a rischio sono dello staff locale che ha ancora meno supporto di noi, tornano a casa e hanno una famiglia esposta al conflitto: questo aiuta a mettere anche le cose in prospettiva, perché non ti confronti con quelli a casa, ma ti confronti con chi dimostra enorme coraggio e tenacia”. 

La chiacchierata con una persona come lei, che conosce il mondo lavorando nella Cooperazione, mi ha dato veramente tanti spunti su cui riflettere, spero sia stata interessante anche per te.

Alla prossima intervista!

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1 Commento

Viaggi e turismo sostenibile, intervista a Teresa Agovino - E allora parto 3 Luglio 2020 - 23:04

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